Vilfredo Pareto e la menzogna necessaria

Mentre il mondo precipitava nell'abisso, Pareto prendeva appunti. Non su chi avesse ragione, ma su come tutti mentissero nello stesso modo. A distanza di un secolo - come si evince dalla lettura di "Guerra e propaganda. Piccolo manuale di controinformazione" (Settecolori, 2026) - gli ingranaggi che descrisse girano ancora: cambiano le parole e i nemici, cambia la velocità con cui le narrazioni si consumano. Ma le pulsioni profonde, quelle no.

Palantir è uno specchio

Il manifesto di Palantir spaventa perché non nasconde la propria natura: dice che il mondo è fatto di potenze, nemici e infrastrutture critiche, e che la neutralità tecnologica è una maschera. Mentre l'Occidente lo demonizza come minaccia autoritaria, accetta con minore turbamento che apparati pubblici disciplinino linguaggio e dissenso. La vera domanda non è se sia giusto costruire armi basate sull'AI: verranno costruite comunque. La domanda è chi lo farà e per quale scopo.

La magnifica umanità ad un bivio

La prima enciclica di Leone XIV - Magnifica Humanitas - è anche il primo vero intervento della Chiesa sulla rivoluzione tecnologica più importante della storia. Il Papa elenca i danni e critica i presupposti culturali del transumanesimo, ma sempre trattenendo il colpo. La domanda che riecheggia tra le righe, senza mai essere pronunciata, è: esiste una via cristiana all'intelligenza artificiale?

L'Impero sotto nessun cielo

Se Trump tenta di piegare il linguaggio religioso alla legittimazione della guerra, la Santa Sede prova a opporvi un contrappeso morale. Ma ridurre questa tensione a un semplice dissidio fra un presidente e un pontefice significherebbe mancarne il senso storico. In filigrana riemerge una nuova lotta per le investiture, un rinnovato conflitto tra papato e impero, in cui la pretesa del potere politico non è più solo governare il mondo, ma anche consacrarsi moralmente per farlo. Di contro, Roma prova a opporre un contrappeso, nel tentativo di arginare la saldatura tra guerra e sacro, e di contenere l’entropia del caos globale.

L'editoriale

di Sebastiano Caputo

La legge della giungla

Il sottosuolo della politica globale è in subbuglio. Tutto è diventato più esplicito nell’ultimo World Economic Forum di Davos, quando Donald Trump ha rovesciato per primo il tavolo senza però dettare le nuove regole del gioco. “Fukuyama addio” è stato il sottotesto del suo discorso. La storia è tutt’altro che finita, la storia è tornata prepotentemente sulla scena, con tutta la sua violenza. L’illusione della “fine della storia” si è rivelata per quello che era: un narcotizzante intellettualismo per giustificare l’egemonia di un ordine che si spacciava per naturale, inevitabile, definitivo. Ma la storia, come ci insegnano i cicli di Vico, non procede mai linearmente. Si avvolge su sé stessa, ritorna, si vendica di chi ha creduto di poterla congelare. Trump non è un ideologo, è un demolitore. Non offre visioni alternative, semplicemente toglie le maschere.

Per questa ragione il discorso del premier canadese Mark Carney andrebbe letto, riletto e ripetuto ad alta voce per ricordarci tutti i giorni l’epoca che stiamo vivendo. “Il potere del sistema non deriva dalla sua verità, ma dalla volontà di tutti di comportarsi come se fosse vero […] Abbiamo partecipato ai rituali e abbiamo evitato in gran parte di sottolineare il divario tra retorica e realtà”, ha ribadito. In sintesi, ci ha voluto dire, citando Václav Havel, che negli ultimi decenni abbiamo “vissuto nella menzogna”. Carney ha fatto qualcosa di straordinario: ha confessato. Non per pentimento morale, ma per necessità politica. Quando un membro dell’establishment ammette pubblicamente che l’intero sistema è fondato sulla finzione condivisa, significa che quella finzione non regge più. I rituali di cui parla funzionano solo finché tutti fingono di crederci. Ma quando la pantomima viene svelata, il meccanismo si inceppa.

Un’affermazione che ricorda vagamente un’altra affermazione. La Russia aveva da pochi giorni invaso l’Ucraina, e Vladimir Putin, presentandosi in conferenza stampa a Mosca, disse la seguente frase per difendersi dalle accuse di aggressione militare: “l’Occidente è l’impero delle bugie”. Lo eravamo davvero? Sapevamo di esserlo ma non volevamo accettarlo? Oppure essere dei bugiardi patologici era la nostra volontà di potenza? La provocazione di Putin colpisce perché contiene un granello di verità avvolto in strati di cinismo. L’Occidente ha costruito il suo ordine post-bellico su menzogne nobili: i diritti umani invocati selettivamente, la democrazia esportata con i bombardamenti.

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Ma quello che emerge da questo scambio di accuse non è la superiorità morale di un campo sull’altro, bensì la fine della pretesa stessa di superiorità morale. Siamo tutti scesi nell’arena, e nell’arena non esistono giudici imparziali, solo gladiatori. Dopo l’ordine c’è solo il disordine; superata la palude si intravede la giungla, caduto ogni simulacro, sopraggiunge la realtà. E la realtà, dicono i “ragazzi”, è maledetta quanto spietata. Non è stato stracciato il contratto sociale tra popolo ed élite, bensì è saltato il patto non scritto tra membri delle stesse élite.

È la storia di Caino e Abele nella Genesi dell’Antico Testamento, del fratello che uccide il fratello. Degli Stati Uniti che ammazzano l’Europa, di Jeffrey Epstein che vuole portare con sé nella tomba i suoi compagni di avventura, di Nick Fuentes, figlioccio di Tucker Carlson, che vorrebbe uccidere, in nome del Movimento MAGA, il partito Repubblicano. Di contro, in Italia, vige per paradosso la calma piatta, mentre si consuma su scala ben più ridotta lo scontro tra Mediaset, la famiglia Berlusconi e Fabrizio Corona; e il popolo si prepara a votare il referendum sulla giustizia. Giorgia Meloni, contro ogni pronostico, oltre ad aver portato la stabilità politica nel Paese, è riuscita a fondare una sorta di nuova Democrazia Cristiana, ora che i centristi scalpitano a entrare nella maggioranza, ora che Roberto Vannacci è uscito dalla Lega.

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Che cosa sono i cloud

Per trent'anni il digitale si è venduto come smaterializzazione: lessico etereo, estetica aerea, promessa di un sapere svincolato dalla gravità. Ma tutto solo per nascondere ciò che era in realtà: capannoni di cemento armato, cavi sul fondo del Mar Rosso, terre rare estratte in pochi paesi. Il 5 maggio l'ONU ha ammesso per la prima volta che il modello stesso ha raggiunto un limite. Due giorni dopo, un surriscaldamento negli USA ha mandato offline centocinquanta servizi in cascata. La concentrazione non è più negoziabile: si consolida per inerzia e si interrompe per esposizione.

Quanto costa la dipendenza dal dollaro

Da sette anni l'Irlanda tenta di criminalizzare il commercio con gli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania. La legge ha il sostegno trasversale del parlamento, il parere favorevole del Procuratore Generale e la legittimazione della Corte Internazionale di Giustizia. Eppure resta in stallo: Dublino ospita i data center di Google, Amazon e Meta, Apple e Pfizer pagano le tasse lì, e Washington ha già fatto sapere che ci sarebbero conseguenze qualora iniziative venissero intraprese.

I problemi di un modello basato sull'export

Un primato statistico celebrato come svolta storica rivela in realtà i limiti strutturali di un’economia fortemente aperta, esposta a shock geopolitici e commerciali. Tra dati parziali, dipendenza dai beni fisici e debolezza nei servizi avanzati, il nodo centrale diventa la sostenibilità di un modello fondato sull’export in un mondo sempre meno cooperativo.

Interviste

a cura di Francesco Subiaco

Federica Saini Fascinotti: «La Libia è un organismo politico incompiuto con tendenze neomedievali»

La Libia è il laboratorio più vicino del disordine mediterraneo. Non uno Stato fallito nel senso formale del termine, né un rouge state unitario capace di porsi come potenza ostile compatta, ma un organismo politico incompiuto, attraversato da diversi interessi e tensioni internazionali. In questo clima di apparente stabilizzazione e reale ambiguità la rivalità tra famiglie, milizie e gruppi criminali si presenta come la carsica promessa di preoccupazioni e rischi futuri. Per meglio conoscere i nodi dello scenario libico abbiamo incontrato Federica Saini Fascinotti, storica militare, politologa esperta in dinamiche africane e controguerriglia già consulente del Segretario alla Difesa statunitense James Mattis sulle dinamiche libiche e africane.

-Come vede l'attuale scenario libico?

Da anni sostengo che lo scenario libico sia in peggioramento. La stabilità attuale è soltanto apparente. Essa non nasce da un processo politico, ma da una divisione di fatto del potere tra Cirenaica e Tripolitania.

In Cirenaica abbiamo il ruolo chiave del maresciallo Khalifa Haftar e della sua famiglia. I figli, in particolare Saddam, hanno assunto un ruolo sempre più importante nella gestione del potere. In Tripolitania, invece, si osserva una continuità interna alla famiglia Dbeibah. Abdulhamid Dbeibah che è primo ministro dal 2021 ed avrebbe dovuto accompagnare il Paese verso le elezioni, ma esse non si sono tenute ed è rimasto al potere senza una vera legittimazione popolare. Ed anche attorno a Dbeibah si parla del peso crescente del nipote Ibrahim in un contesto in cui la componente affaristica è preponderante. 

L'uccisione di Abdel Ghani al-Kikli, leader dello Stability Support Apparatus, ha evidenziato ulteriormente la gravità della situazione libica. Quando un capo milizia come lui viene eliminato davanti a esponenti governativi, è chiaro che il problema non sia più solo militare, ma riguarda la natura stessa dello "Stato". Siamo dentro un contesto in cui alle logiche democratiche o meramente autoritarie prevalgono dinamiche familiari, personali e affaristiche che determinano uno scenario tutto tranne che confortante.

-Quali sono le ragioni di questo peggioramento?

La comunità internazionale dopo la rivoluzione ha preso atto che, almeno oggi, la democrazia in Libia è impossibile. Non parlo solo dell'Occidente, ma anche degli attori mediorientali e del Golfo. Tutti hanno scelto la realpolitik preferendo trattare con gli interlocutori presenti sul territorio per gestire energia, affari, finanza e sicurezza piuttosto che sostenere un movimento democratico.

Il paradosso è che la Libia avrebbe risorse enormi. Ha un petrolio abbondante e di ottima qualità, e una popolazione di circa sette milioni di abitanti. Il problema non è quindi certamente la scarsità delle risorse, ma la qualità della leadership. La classe dirigente è predatoria, incapace di costruire uno Stato e interessata soprattutto alla conservazione delle proprie rendite.

Non esiste un pensiero politico, sociale ed economico di lungo periodo con una logica autoreferenziale e un pesante ostruzionismo verso ogni miglioramento. Lo si è visto anche con il blocco dei processi di automatizzazione per il pagamento dei salari. Siamo davanti a una forma di Stato criminale. O, più precisamente, a un protostato.

-Perché protostato e non un failed state?

Perché la Libia non è la Somalia. Non è uno Stato fallito. È un organismo politico incompiuto con tendenze neomedievali, nel quale si consolidano poteri locali, milizie, mercenari, reti familiari e interessi territoriali come nel contesto feudale.

La Libia è un Paese enorme, logisticamente complesso, con aree desertiche difficili da controllare. Anche sotto Gheddafi non era amministrata come uno Stato moderno e uniforme. Il Fezzan, per esempio, non era gestito come una regione pienamente integrata nello Stato centrale.

Gheddafi inoltre ha lasciato un Paese devastato. La Libia non è mai esistita come Stato sovrano nazionale nel senso europeo del termine. Non ha mai avuto una democrazia e non ha mai avuto istituzioni solide. Gheddafi ha volutamente impedito la formazione di istituzioni autonome. Ha concentrato il potere su di sé e sulla propria cerchia. Quando è stato ucciso, non c'erano argini capaci di contenere milizie, estremismi e tensioni locali.

-Qual è stato l'errore della comunità internazionale dopo il 2011?

Credere che i libici potessero fare da soli. Dopo le elezioni del 2012, la comunità internazionale ha accettato l'idea che la Libia potesse autogestire la propria transizione. Era comprensibile che i libici lo volessero, ma non avevano gli strumenti.

Mancavano istituzioni, amministrazione, cultura politica, partiti, mediazione. Mancava anche una borghesia interna sufficientemente forte. Una parte importante della leadership istruita viveva all'estero.

Le transizioni democratiche richiedono decenni. Bisognava accompagnare la Libia passo dopo passo. Lasciarla sola ha prodotto lo scenario attuale.

-Saif al-Islam Gheddafi avrebbe potuto rappresentare una soluzione?

Non credo. Saif al-Islam non aveva una vera presa sulla popolazione e non disponeva di un apparato istituzionale dietro di sé. Era una figura del passato, compromessa dal sostegno al padre nel 2011 e legata al ricordo di quarantadue anni di dittatura.

Una parte del Paese ha sostenuto Gheddafi, ma un'altra lo odiava profondamente. Saif ricordava quel regime. Non poteva rappresentare una soluzione nazionale. Era più uno specchietto per le allodole che una figura politicamente consistente in quella realtà.

Roma, Maggio 2026. XXXIV Martedì di Dissipatio

-Si torna spesso a parlare di riunificazione libica. È uno scenario possibile?

Mi sembra una prospettiva poco realistica. Alcuni leggono esercitazioni militari come Flintlock, con la partecipazione anche di Paesi africani, come segnali di coordinamento. Ma non basta un'esercitazione per immaginare una roadmap seria.

Le divisioni tra Bengasi e Tripoli sono troppo radicate e i loro governi non sono legittimati dal voto. La corruzione è inoltre dilagante. Inoltre, la leadership attuale non ha interesse a una vera unificazione. 

-Perché?

In quanto lo status quo consente di arricchirsi senza controlli. Sull'attuale scenario gravano inoltre il contrabbando di petrolio, la violazione dell'embargo sulle armi, lo strapotere della criminalità e i traffici locali. Tutti fattori che ostacolano una normalizzazione del quadro libico. In queste condizioni non vedo una riunificazione democratica possibile. Troppi sono gli interessi e le barriere a questo processo. L'unica ipotesi sarebbe una spartizione del potere tra famiglie, clan e gruppi armati: una forma di oligarchia fondata sulla divisione delle rendite e dei proventi petroliferi senza il voto. In questo caso il primo ministro diventerebbe Ibrahim Dbeibah e il presidente sarebbe Haftar. Ma si tratterebbe della creazione di una autocrazia oligarchica nel Mediterraneo senza nessuna transizione verso la democrazia.

-Che ruolo giocano Italia e Turchia?

Italia e Turchia sono sempre presenti. Lo erano con Gheddafi, lo sono state durante la rivoluzione e lo sono rimaste nel periodo successivo. Hanno avuto momenti di tensione, soprattutto dopo la guerra civile del 2019, ma oggi non vedo un conflitto diretto.

Sono attori pragmatici, interessati a energia, affari e ad amplificare e mantenere la loro presenza economica. L'Italia è più radicata in Tripolitania, pur mantenendo contatti con la Cirenaica. La Turchia, negli ultimi mesi, ha intensificato a sua volta i rapporti anche a est. Entrambe resteranno partner importanti della Libia e lo saranno sempre di più in futuro. 

-Questa presenza può favorire uno state building?

Oggi non mi sembra. All'inizio, dopo il 2011, il tema della costruzione istituzionale era sul tavolo. Riguardava anche Stati Uniti e altri attori internazionali. Ora prevalgono interessi concreti quali energia, sicurezza, economia, migrazioni e gestione dei dossier urgenti.

Il tema della costruzione istituzionale come quello dei diritti umani, per i principali attori in gioco, sono sostanzialmente spariti dall'orizzonte libico.

-Come valuta il Piano Mattei?

Non lo critico in sé. Anzi non si tratta di un'idea sbagliata. Il problema è la sproporzione tra ambizione e mezzi. Una dotazione iniziale di circa cinque miliardi e mezzo di euro, spalmata su più anni, è poco per un continente come l'Africa, soprattutto se confrontata con ciò che investe la Cina.

L'Italia ha certo rapporti storici e interessi concreti nel continente. Ma non può pensare di ricostruire una rete africana solo con annunci politici. Serve una strategia coerente, coordinata, di lungo periodo e con risorse adeguate. Soprattutto in un'ottica europea. 

-Altri attori, invece, sembrano muoversi in Africa con maggiore concretezza.

Sì. Cina, India, Turchia, Brasile sono Paesi forti, in crescita, con capacità economiche rilevanti. Hanno investito molto e continueranno a farlo.

La presenza cinese nel continente africano è impressionante. Anche la Turchia ha costruito una rete capillare: basta guardare il numero delle ambasciate e la presenza sul territorio. Sono attori attivi, privi di molti freni politici e morali che condizionano l'Occidente. La loro presenza sarà sempre più competitiva rispetto alla nostra.

-Assistiamo ad una nuova convergenza verso l'africa?

In parte sì, ma con una differenza decisiva. Non è più solo una competizione tra potenze occidentali. È una competizione più ampia, nella quale i rapporti Sud-Sud diventano centrali.

Questi Paesi costruiscono infrastrutture, reti economiche, formazione delle classi dirigenti, relazioni politiche. L'Occidente non può più guardare all'Africa come a uno spazio nel quale conserva automaticamente un vantaggio. Anche perché l'influenza di queste potenze sarà sempre di più antagonista a quella europea.

-Il sud della Libia è centrale in queste dinamiche?

Sì. Il Fezzan e il sud libico sono fondamentali. In Libia ci sono gruppi jihadisti tornati più attivi dopo una fase di minore presenza. Penso a JNIM, ad Al-Qaeda e ad altre sigle.

Sono presenti soprattutto nelle aree desertiche, difficili da controllare. Kufra è diventata un hub di passaggio non solo per gruppi jihadisti, ma anche per milizie e forze legate al conflitto sudanese, comprese reti vicine alle Rapid Support Forces. La guerra del Sudan si proietta nel sud della Libia.

Sono spazi senza veri confini, estremamente porosi e vulnerabili che vanno pensati come un unico organismo strategico. 

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Interviste

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Federica Saini Fascinotti: «La Libia è un organismo politico incompiuto con tendenze neomedievali»

«Gheddafi ha lasciato un Paese devastato. La Libia non è mai esistita come Stato sovrano nazionale nel senso europeo del termine. Non ha mai avuto una democrazia e non ha mai avuto istituzioni solide. Gheddafi ha volutamente impedito la formazione di istituzioni autonome. Ha concentrato il potere su di sé e sulla propria cerchia. Quando è stato ucciso, non c'erano argini capaci di contenere milizie, estremismi e tensioni locali»
Federica Saini Fascinotti: «La Libia è un organismo politico incompiuto con tendenze neomedievali»

Peter Robinson: «La prima volta che entrai nello Studio Ovale diedi un'occhiata al presidente Reagan e pensai "ma è soltanto umano". Questa è la vera natura del potere»

«L'Europa manca di un settore tecnologico di qualche reale importanza, non riesce a controllare i propri confini e si trova incapace di tenere testa a Vladimir Putin, il leader di un Paese con un'economia grande soltanto la metà di quella tedesca. Ma quando mi sento tentato di disperare, incontro qualche giovane europeo che ha ricevuto un'istruzione eccellente ed è determinato a fare qualcosa — abbastanza spesso, ad avviare un'azienda. Se Santa Caterina da Siena rifiutò di rinunciare all'Italia e Santa Giovanna d'Arco diede la vita per la Francia, chi sono io per rinunciare alla speranza?»
Peter Robinson: «La prima volta che entrai nello Studio Ovale diedi un'occhiata al presidente Reagan e pensai

Gennaro Sangiuliano: «Non è la democrazia in sé a produrre inefficienza, è la sua degenerazione burocratica e culturale a farlo»

«Non credo che democrazia ed efficienza siano inconciliabili. L’Italia democratica ha realizzato in pochi anni l’Autostrada del Sole. Il problema è che oggi le democrazie occidentali tendono a confondere la democrazia con l’assemblearismo permanente. Si è diffusa una cultura del dubbio senza fine, del rinvio continuo, del ricorso sistematico, della paralisi procedurale»
Gennaro Sangiuliano: «Non è la democrazia in sé a produrre inefficienza, è la sua degenerazione burocratica e culturale a farlo»

Franco Bernabè: «Oggi l'Occidente non è il dominatore del sistema internazionale»

«Il grande errore è stato sottovalutare la profondità delle differenze tra le diverse civiltà. In Europa permane una matrice solidaristica; in Cina prevale una concezione comunitaria, nella quale la collettività viene prima dell'individuo. Per questo il capitalismo ha potuto espandersi senza produrre una vera omogeneizzazione politica e culturale»
Franco Bernabè: «Oggi l'Occidente non è il dominatore del sistema internazionale»

Vincenzo Susca: «Siamo passati dalla politica-spettacolo alla politicizzazione dello spettacolo. Negli ultimi trent’anni estetica ed emozione hanno conquistato una posizione centrale nella politica»

«Sopravvivere significa stare sopra. Significa controllare, verificare, governare, avere ancora una possibilità di azione nel medio-lungo periodo. La sottovivenza, invece, è la condizione contemporanea in cui stiamo sotto. Ci siamo rimasti sotto. Non controlliamo più nulla: siamo controllati. Non agiamo: siamo agiti. Non pensiamo: siamo pensati»
Vincenzo Susca: «Siamo passati dalla politica-spettacolo alla politicizzazione dello spettacolo. Negli ultimi trent’anni estetica ed emozione hanno conquistato una posizione centrale nella politica»

L'Anticristo è fra noi

Quattro giornate a Palazzo Taverna per un ciclo di conferenze a cura di uno degli uomini più importanti del mondo. Noi c’eravamo e raccontiamo, in esclusiva per i lettori del Dispaccio, di cosa si è parlato: dalla stagnazione tecnologica all’architettura globale del controllo, dal katechon all’America come ultima Roma.

C'era una volta il demone letterario

Il legame tra politica e letteratura ha alle spalle un passato nobile fatto di preziose e vicendevoli influenze. I grandi leader e capi di stato moderni, ma ancor prima re e imperatori, si sono sempre abbeverati alla fonte letteraria traendone la legittimazione e il fondamento del proprio potere. Oggi le cose sono molto cambiate. Il diplomatico Fernando Gentilini, in "I Demoni. Storie di letteratura e geopolitica" (Baldini Castoldi, 2023), si occupa proprio di questo cambiamento epocale. Il cui esito è tutto da immaginare.

Il giornalismo della sorveglianza

Una scatola da scarpe in orbita può documentare crimini di guerra, smontare versioni ufficiali e mappare villaggi rasi al suolo prima che qualsiasi reporter arrivi sul posto. La nuova generazione di satelliti commerciali ha trasformato la sorveglianza dall'alto in uno strumento giornalistico potente e accessibile. Il problema è che nessuna norma tiene il passo con ciò che siamo già in grado di vedere.

Confessioni

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Richard Slotkin

«Da presidente, Trump agisce d’impulso, spinto da un bisogno narcisistico di autoaffermazione, da risentimenti profondi, da un’avidità insaziabile e da un animus identitario. Non riconosce alcuna realtà al di là dei propri pregiudizi e delle proprie preferenze: è vero ciò che lui afferma come vero. Le sue manifestazioni di rabbia hanno rispecchiato l’umore di una vasta base di sostenitori appartenenti alla classe lavoratrice e alla classe media, soprattutto quando erano dirette contro le minoranze razziali e di genere e contro le élite culturali.»
Richard Slotkin

La tempesta prima della calma

Vladimir Putin ha aperto inequivocabilmente alla possibilità di inaugurare un processo negoziale, dicendosi disposto ad accogliere rappresentanti dell’UE a Mosca che non abbiano speso parole ostili nei confronti della Russia. Anche Kiev afferma di essere pronta a sedersi al tavolo delle trattative, chiedendo però che i colloqui vengano effettuati in una Paese terzo. Le intenzioni degli attori sembrano lasciare intendere che il termine della guerra si stia avvicinando, nonostante i recenti avvenimenti sul campo di battaglia contraddicano questa possibilità.

Taiwan è in vendita

Decenni di equilibrio diplomatico attorno allo Stretto di Taiwan reggevano su un'ambiguità studiata e preservata con cura: Washington riconosceva Pechino ma garantiva Taipei. Oggi Trump sembra disposto a usare quell'equilibrio come merce di scambio, trattenendo forniture di armi e rifiutando di rassicurare l'isola in caso di attacco. Il capolavoro della diplomazia americana rischia di diventare la sua prima concessione strategica a Xi Jinping.

Lo Stato dentro le macchine

Cloud militari, satelliti privati, piattaforme sanitarie e infrastrutture dati mostrano una trasformazione già in corso: lo Stato non scompare, ma funziona sempre più attraverso sistemi progettati e gestiti da grandi aziende tecnologiche. La sovranità resta pubblica nella forma, ma le sue condizioni materiali diventano ogni giorno più ibride e difficili da controllare.

Le Grandi firme

di Enrico Raugi

Anatomia di due rivoluzioni novecentesche

Antonio Gramsci aveva mutuato il concetto di «rivoluzione passiva» dall’opera di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione napoletana del 1799. Quest’ultima non si era accesa a seguito di una scossa tellurica proveniente dalle classi subalterne. A scompaginare l’ordine monarchico borbonico erano state le armate giacobine discese in Italia due anni prima. I francesi avevano trovato il popolo partenopeo sprovvisto di coscienza di classe, passivo ed ostile, proprio in quanto ai loro occhi la rivoluzione rispondeva ad un’istanza non richiesta, essa era stata “importata”, per non dire imposta. Lo scollamento fra la classe intellettuale, che plaudì lo sconvolgimento politico, e la gran massa popolare, che non capiva i motivi di un tale tumulto e che, in qualche modo, si trincerò dietro alla convinzione antica secondo cui «un male conosciuto è meglio del nuovo», favorì in pochi mesi il tramonto della Repubblica napoletana e la restaurazione dei Borboni.

Gramsci utilizzò - a ragione – questa lente per interpretare allo stesso modo la stagione del Risorgimento. Le classi popolari italiane, ancora lontane dalla possibilità di istruirsi, impermeabili ai fatti dalla grande storia che si stava compiendo sotto i loro occhi, subì passivamente la cosiddetta «funzione Piemonte». Ossia quella strana forma di rivoluzione che fu condotta dall’alto, portata a compimento dalla cavalleria savoiarda, con il consorzio di un nobile intellettuale come Cavour, il cui acume strategico aveva reso possibile il sogno dell’Italia unita sfruttando una finestra temporale favorevole nella bisca della politica europea. Per questo “difetto genetico” – più di un secolo dopo - l’Italia poteva ancora apparire nelle parole di Francesco Cossiga un paese «incompiuto».

Questa breve e parziale disamina introduttiva serve a sottolineare il senso negativo che il concetto di rivoluzione passiva implica. Ovviamente esiste la polarità opposta. Una rivoluzione che – gramscianamente – ha visto l’attiva e determinante partecipazione del popolo, alleato con la classe media, intellettuale o borghese, nel rovesciamento di un sistema politico in favore di uno nuovo.

La storia del Novecento ha visto due episodi di questo tipo portarsi a compimento: l’uno nella prima metà, l’altro nella seconda. E queste epopee non si sono potute compiere senza i loro “eroi”. Questi lessero correttamente la situazione sociale, politica ed internazionale che si trovarono di fronte, riuscendo a capitalizzarla in un momento rivoluzionario che, successivamente, li immortalò nella storia. Si tratta di Lenin per quanto riguarda la Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la nascita dell’Unione Sovietica, e dell’Ayatollah Ruhollah Khomeini per la rivoluzione che porta il suo nome (1979) e che diede vita al regime teocratico in Iran. 

Se nella Rivoluzione francese – attiva – l’azione giacobina-popolare aveva, nelle parole di Gramsci, spinto in «avanti la classe borghese a calci nel sedere», trovandone alla fine un’alleata contro la resistenza delle vecchie classi aristocratiche; la stessa questione, nella pratica delle rivoluzioni del Novecento, si pose in termini affatto diversi. Riprendendo il pensiero di Lenin:

«Si trattava di comprendere il metodo della funzione egemonica del movimento operaio, capace di promuovere l’iniziativa rivoluzionaria e, al tempo stesso, di “tradurre” nella propria cultura nazionale «una data fase della civiltà».   

L’azione dei ceti subalterni, nella lotta al rovesciamento di un re, dinastia, clero, feudatari, notabili o proprietari terrieri che fossero, avrebbe dovuto essere di carattere dirigenziale, la borghesia e la classe media sarebbero stati sì alleati ma col rango di gregari.

Il rovesciamento dell’ordine politico nella Russia del 1917 aveva trovato l’innesco nel potere detonante della Guerra mondiale. In quell’occasione le masse, ancora poco coscienti della loro forza ma indirizzate dalla guida di Lenin, ebbero ragione contro la stessa teoria marxista. Questa vedeva il governo del proletariato e la successiva cancellazione dello stato e delle classi come una forma di potere che poteva costituirsi solo dopo il passaggio, intermedio, dallo stato borghese. Nel caso russo invece la profonda arretratezza economica e sociale dell’impero rendeva l’ipotesi di uno stato remunerato dallo sviluppo industriale e fondato sulla proprietà privata ancora lontanissima. 

Gli eventi narrarono infatti un’altra storia. Il governo provvisorio costituitosi dopo la caduta dei Romanov, durante la Rivoluzione di febbraio, non era stato in grado né di uscire dalla guerra né di risolvere l’annosa questione agraria. Pertanto, contro di esso, si compattò un’alleanza fra componenti sociali accomunate dal fatto di vivere in condizione di estrema indigenza e sfruttamento. Queste, specificamente, erano tre. La classe operaia dei complessi industriali - circoscritti alle sole città di Mosca e Pietroburgo -, che trovarono la loro organizzazione nei soviet; l’immensa massa dei contadini legati all’Obščina, i quali rivendicavano il possesso della terra; nonché i milioni di soldati, perlopiù di origine contadina, che avevano sperimentato le aberranti condizioni di vita nell’esercito zarista e che possedevano le armi.

La condizioni d’esistenza della Rivoluzione d’Ottobre sono note e rinvenibili in ogni buon manuale scolastico; utile è focalizzare l’attenzione sulle condizioni simili ma peculiari che scatenarono la rivoluzione nell’Iran degli Shah, di come Khomeini fu, alla stregua di Lenin, un vero rivoluzionario, in grado di mobilitare le masse per instaurare un potere di nuovo tipo.

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La figura di Khomeini cominciò a rendersi nota a partire dal 1962-3 quando lo Shah Reza Pahlavi incanalò l’esuberante sviluppo economico innescato dalla rendita petrolifera nelle riforme della cosiddetta rivoluzione bianca. Lo sviluppo in senso moderno-occidentale dell’Iran voluto dal sovrano ebbe la conseguenza di creare una ristretta borghesia parassitaria che non reinvestiva i suoi profitti in patria, creando fortissime sperequazioni economiche. Un altro dei punti toccato dalla riforma era l’avvio di una campagna di alfabetizzazione di stampo laico della popolazione, che di fatto inibiva la secolare funzione del clero sciita all’insegnamento in scuole e madrase. Il conservatore religioso Khomeini passò all’attacco frontale della monarchia fomentando la popolazione ad atti di disobbedienza, tenendo fede all’idea che l’identità sciita facesse un tutt’uno con identità iraniana, a discapito di qualsiasi forma di secolarizzazione.

Condannato all’esilio in Iraq Khomeini delineò la sua dottrina politica, nota col nome di velayet-e faqih. Con essa teorizzava il diritto del clero a governare. Si trattava di una rottura storica con la stessa tradizione sciita: fino a quel momento il clero si occupa della cura spirituale dei fedeli, delle attività di insegnamento, fino alla gestione della giustizia, ma al fianco del potere secolare; riconoscendo da sempre una delimitazione di campo definita con i rappresentanti dell’esecutivo.

Sebbene fino ad un momento prima della rivoluzione i rappresentanti del clero che abbracciarono la dottrina khomeinista furono pochi, questi, d’altra parte, lavorarono con zelo alla ricerca di consensi, sfruttando al meglio, oltre alla situazione economica, il vuoto di rappresentanza creata dai lacci sull’attività dei partiti politici imposta dallo Shah. Gli appelli di Khomeini – diffusi in patria attraverso videocassette – sulle contraddizioni della modernizzazione trovava a recepirli numerose frange della società: mercanti, piccoli borghesi, operai e le enormi masse dei disoccupati emigrati verso le città dalle campagne. Questa voce trovò terreno fertile dal 1973 quando, nonostante lo shock petrolifero - artificialmente creato dai paesi arabi contro i paesi occidentali -, la dinastia Pahlavi non nazionalizzò l’industria petrolifera. I mancati profitti dei petrodollari ebbero come conseguenza quella di andare a gonfiare la massa di indigenti, soprattutto giovani, che si ammassava nelle periferie.

Le proteste di piazza si moltiplicarono esponenzialmente. Gli articoli che la stampa del regime pubblicava contro l’Ayatollah e l’incapacità di mettere un freno alla miseria non facevano che accrescere l’aura attorno all’anziano religioso. Nel 1978 al regime restava come unico alleato l’esercito. Le scuole religiose erano diventati centri di lotta a tutti gli effetti. La popolazione civile guardava con così tanta fiducia al clero che gli esponenti dei partiti politici, sebbene non fossero d’accordo con le invocazioni di Khomeini, per non vedersi tacciati di collaborazionismo, si recarono a Parigi - dove, nel frattempo, si era trasferito – per porsi sotto la sua guida. Da parte sua, con acuto cinismo, Khomeini, aveva reso possibile questa strana alleanza, sfruttando il carisma riconosciutogli in patria per stendere un velo sulle modalità con cui – nella sua teoria politica - il clero avrebbe gestito il potere esecutivo, e in generale lo stato, dopo la rivoluzione.  

Nel dicembre dello stesso anno due milioni di persone afferenti a quasi tutte le classi sociali si riversò per le strade di Teheran; dopo una prima risposta violenta, l’esercito, rivolse le armi contro i propri ufficiali. Lo Shah, malato, abbandonò l’Iran. L’Ayatollah Khomeini atterò a Teheran il 1° febbraio del 1979: un anziano esegeta del testo coranico era riuscito a realizzare la prima rivoluzione «dal basso» del Medio Oriente.

I regimi infami e lesivi della libertà individuale che queste due rivoluzioni produssero non tolgono lo smalto alle figure di Lenin e Khomeini se riconosciute – sotto la luce di una lettura storico-interpretativa – nella sola veste di autentici rivoluzionari. Essi si dimostrarono impareggiabili traduttori del momento storico che si trovarono davanti, in grado di far immaginare un sogno che non poteva realizzarsi ma pur sempre abbastanza intenso per coalizzare la massa dei più deboli contro vecchi sistemi di potere altrettanto iniqui. Lenin e Khomeini furono fra i pochi, nel corso della storia, qualificati per porsi al timone di quelle rivoluzioni che nella spinta delle classi «subalterne» della società trovavano la loro ragion d’essere.

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